GAG - Giovani Aspiranti Giornalisti



Tutti, anche i più grandi, sono stati giovani aspiranti giornalisti. Il mondo è pieno di - adesso li chiameremo - GAG. Per pochissimi sono una risorsa, per la maggior parte carne da macello da sfruttare senza ritegno per un pungo di euro. Però da qualche parte si deve pur incominciare, no?
All’epoca era un GAG di 20 anni, in pratica un cucciolo spaurito e spelacchiato che scodinzolava a tutti e faceva tanta tenerezza. Per caso, entrai a lavorare nella redazione di un settimanale di zona. Avevo mandato il curriculum i primi giorni di Agosto, cercando un’occupazione ma non sapendo bene cosa, con il solo desiderio di voler fare qualcosa che riguardasse la scrittura. Partii per le vacanze e il giorno stesso del mio ritorno in città, la direttrice della testata mi convocò per un colloquio.
Emozione. Era la prima volta che entravo in una redazione. Una stanza enorme con computer dovunque e fogli sparsi dappertutto e confusione e urla da manicomio.
“Non ci far caso - disse la Direttrice - stiamo chiudendo il numero”.
Pensava che avessi mandato il curriculum perché ambivo al posto invidiabile di strillone, poche lire a copia venduta, quando gli dissi quali erano le mie intenzioni, mi squadrò attentamente.
“Vuoi fare il giornalista? - disse - bene, allora vai per strada e portami qualche notizia. Ti dico una cosa, prima la impari, meglio è: una città si legge dai suoi manifesti”.
Ero uscito dalla redazione euforico. Ero un apprendista giornalista. Si, vabbè, e adesso? Nell’indecisione, feci come mi aveva consigliato: mi attaccai ai manifesti. C’era un concerto parrocchiale per una raccolta fondi di non ricordo cosa. Poteva essere una notizia.
Era morto un dottore molto in vista nella zona: notiziona.
E così, una settimana dopo la mia “assunzione” uscì il giornale con una pagine interamente dedicata a me. 5 Settembre 2000. Apertura: Il commosso addio al Dottor S.. Taglio basso: Concerto alla parrocchia G..
Da appendere, se magari non campeggiava gigante la foto del morto. (Continua)

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